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Diocesi di Nardò Gallipoli

Parabita proclamata “Civitas Mariae”: il Decreto del Vescovo Filograna ne suggella la secolare devozione alla Madonna della Coltura
Parabita è proclamata Civitas Mariae: il decreto del Vescovo Filograna riconosce la secolare devozione della città alla Madonna della Coltura.

​Con un atto solenne, che interpreta e corona i desideri di un’intera comunità, il Vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli, Mons. Fernando Filograna, ha conferito alla Città di Parabita la dignità e il titolo di “Civitas Mariae”.

​Il Decreto Vescovile (Prot. n. 18/26, datato 3 agosto 2026) giunge a conclusione di un cammino condiviso e sinergico che vede unite le istituzioni civili e la comunità ecclesiale cittadina.

​Il provvedimento del Vescovo Fernando fa seguito alla richiesta formale trasmessa dal Sindaco di Parabita, dott. Stefano Prete, a nome dell’Amministrazione e del Consiglio Comunale che aveva espresso voto unanime. Il primo cittadino ha manifestato profonda soddisfazione per il riconoscimento, che dà veste ufficiale a un legame spirituale e identitario sentito da sempre dall’intera popolazione.

​Un cammino seguito e accompagnato dai sacerdoti diocesani impegnati nelle parrocchie e dai religiosi domenicani a cui è affidato il Santuario della Coltura​.

​Come ripercorso dallo stesso Vescovo nel testo del Decreto, la devozione mariana a Parabita ha radici antiche e suggestive:

La tradizione affonda le sue radici nel XIV secolo quando, in contrada “Pane”, un contadino rinvenne casualmente un antico monolito recante l’immagine della Beata Vergine Maria con il Bambino Gesù. Da allora, il culto della Madonna della Coltura è diventato il cuore identitario della città.

Dalla prima cappella (attestata negli Atti della Visita Pastorale del vescovo mons. Ludovico De Pennis nel 1452) si passò alla chiesa seicentesca, fino alla costruzione del tempio attuale, inaugurato nel 1922 da mons. Nicola Giannattasio e completato nel 1976 con l’elegante campanile.

Già nel 1847 la Congregazione dei Riti dichiarava la Vergine della Coltura Patrona principale della città. Elevato a Santuario diocesano nel 1948 da mons. Francesco Minerva, il tempio è stato proclamato Basilica Minore da san Giovanni Paolo II il 1° settembre 1999, che con Lettera Apostolica del 1982 aveva dichiarato la Madonna della Coltura anche Patrona degli Agricoltori e della Coldiretti per le province di Lecce e Brindisi.

​​L’attribuzione del titolo di Civitas Mariae riconosce ufficialmente Parabita come terra di viva ed esemplare devozione mariana, impegnando la comunità a testimoniare i valori dell’accoglienza, della fraternità e della fede.

​Nel conferire il titolo avvalendosi della sua potestà ordinaria, Mons. Filograna ha affidato alla Madonna della Coltura il cammino della comunità:

«La Vergine Maria della Coltura, aurora del mondo nuovo inaugurato con la Pasqua di Cristo nostro Signore, immagine della Chiesa santa ed immacolata, custodisca per sempre la città e la diocesi, il suo clero, le autorità civili e quanti ricorreranno con fiducia alla sua protezione materna».

​La Diocesi esprime viva gioia e si stringe attorno alla comunità di Parabita per questo importante traguardo che ne valorizza la storia, la fede e la vita civile.

 

 


Approfondimento

Parabita Città di Maria: Maria come “Figura di riferimento” tra storia, teologia, devozione

di don Antonio Musca

Lasciare scorrere il fiume degli eventi senza trasformare la storia in coscienza equivale a una sopravvivenza in stato puramente vegetativo, priva delle necessarie puntualizzazioni razionali e dello slancio vitale. Viceversa, mettere in rilievo con sensibilità umana e spirituale i momenti più significativi della storia è segno di un cuore ancora capace di vibrare e di lasciarsi interrogare dalla vita.

La proclamazione di Parabita Città di Maria, avvenuta il 3 agosto 2026 dal Vescovo di Nardò – Gallipoli, mons. Fernando Filograna, con decreto vescovile Prot. N.18/26, costituisce uno dei momenti più significativi della storia della città. Essa rappresenta, infatti, un punto di arrivo di una lunga tradizione, capace di coinvolgere trasversalmente ogni categoria di persone, e, al tempo stesso, un punto di partenza verso nuovi traguardi. Uno di questi traguardi è il passaggio dalla semplice devozione a una più autentica spiritualità e stile cristiano, frutto di una fede adulta e matura[1].

È innegabile il carattere mariano che si manifesta nella lunga storia di Parabita e che trova uno dei suoi segni più eloquenti nel monolito della Madonna della Coltura. L’immagine del monolito è stata assimilata dall’io collettivo e delle singole persone del territorio, fino a far vibrare le corde più intime e profonde del sentimento religioso e dell’identità parabitana.

La Madonna è cara a tutta Parabita, così come è cara a ciascun figlio di questa comunità. Se vogliamo suscitare nei parabitani entusiasmi per la fede, è sufficiente nominare la “Madonna della Coltura”: immediatamente emergono una devozione sincera e un legame profondo con la propria storia.

Gli elementi che costituiscono i connotati essenziali di Parabita devono essere considerati alla luce di quella dimensione strutturale che fa della comunità la città di Maria. Tale identità non nasce soltanto da una proclamazione ufficiale fatta a tavolino, per quanto concordata tra le autorità civili e religiose; ma può e deve prima di tutto essere riconosciuta nella storia, nella tradizione e nella vita quotidiana della comunità.

La marianità di Parabita, dunque, non è una realtà semplicemente aggiunta dall’esterno, ma una dimensione profondamente radicata nel vissuto della città. Essa si manifesta nella memoria condivisa, nei valori umani e spirituali che si tramandano, nelle pratiche devozionali, nelle celebrazioni, nelle testimonianze artistiche e nella relazione affettiva che il popolo parabitano intrattiene con al Madonna della Coltura. Da quali elementi storici, valoriali, religiosi e tradizionali si può quindi dedurre la marianità di Parabita? E in che senso possiamo definirla città di Maria, “civitas Marie”?

Per fare chiarezza, è necessario partire dal genitivo Mariae, che accompagna il sostantivo civitas. Esso non esprime semplicemente un rapporto di possesso, ma indica piuttosto una relazione di appartenenza e di riferimento reciproci: manifesta, infatti, il legame che intercorre tra la città e Maria. Parabita è città di Maria in quanto riconosce nella Vergine il riferimento fondamentale della propria identità umana, civile, religiosa e comunitaria; al tempo stesso, Maria appartiene profondamente alla memoria, alla storia e al vissuto dei parabitani, manifestando loro le possibilità del futuro che viene da Dio.

Tale legame può essere colto soprattutto nel luogo che caratterizza la città e attorno al quale i parabitani si riconoscono e si identificano: la Basilica Santuario, dove è custodito il Monolito della Vergine Maria.  

Il concetto teologico di Civitas Mariae esprime il legame strutturale e salvifico tra la Vergine Maria, in quanto Madre e Discepola di colui che è l’unico Salvatore e Mediatore tra Dio e l’umanità, e lo spazio umano della polis. La proclamazione di una comunità urbana con questo titolo non si limita a riconoscere una particolare tradizione devozionale, ma delinea anche un preciso orizzonte ecclesiologico e pastorale. Essa, proprio nel suo aspetto mariano, invita a rileggere le relazioni sociali, l’etica pubblica e il modo di abitare la città alla luce del mistero dell’Incarnazione e del mistero Pasquale[2].

Questo intervento intende offrire una rilettura sintetica dei molteplici elementi storici e tradizionali che hanno contribuito a plasmare l’identità mariana di Parabita, particolarmente legata alla devozione per la Madonna della Coltura.

I primordi della storia cristiana di Parabita vengono tradizionalmente fatti risalire al ritrovamento del Monolito, collocato intorno alla seconda metà del XIV secolo. Già alla fine dello stesso secolo, inoltre, si ha notizia dell’esistenza di una cappella dedicata alla Madonna. Il tema del significato della presenza di Maria nella società rappresenta una questione non secondaria nel cristianesimo orientale e in quello occidentale-latino; e, al tempo stesso, richiede una riflessione critica sull’attualità della persona di Maria di Nazareth in una società laica e pluralista.

Basti pensare all’influsso che lo sguardo rivolto alla Vergine ha esercitato nell’ambito della carità, delle iniziative sociali, dell’onomastica, della letteratura, della musica, dei costumi e delle istituzioni. Si tratta di un panorama estremamente ricco, orientato alla costruzione di un sistema di valori nel quale l’apertura responsabile verso l’altro ha rappresentato un elemento centrale. Si può così riconoscere una straordinaria e feconda prossimità tra la devozione mariana e l’impegno sociale[3].

Di fatto, la sua presenza è divenuta un fatto sociale: una realtà capace di accompagnare processi di evoluzione e di generare forme articolare, variegate e dinamiche di vita associata e comunitaria[4].

A questo proposito, Stefano De Fiores definisce Maria come «una figura indispensabile, che conquista progressivamente tempo, spazio, persone e istituzioni»[5].

Il Concilio Vaticano II ne ha dato la motivazione:

Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel supremo mistero dell’incarnazione e si va ognor più conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per cosi dire e riverbera le esigenze supreme della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre. A sua volta la Chiesa, mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al suo grande modello, progredendo continuamente nella fede, speranza e carità e in ogni cosa cercando e compiendo la divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell’amore materno da cui devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini[6].

Per questo, può essere considerata il “crocevia della fede cristiana”[7]. Nel confronto con la sua personalità umana e teologale, raccontata dal Nuovo Testamento, le comunità cristiane hanno saputo individuare ed interpretare i bisogni delle persone e del creato. Così, nel corso degli eventi storici, è divenuta una “figura di riferimento”, sul quale esse hanno potuto costruire la propria identità[8]: venerata a Parabita come Madonna della Coltura, si presenta come una figura protagonista capace di esercitare il proprio fascino e il proprio influsso su ogni categoria di persona, suscitando ammirazione, devozione e assunzione di responsabilità umane, morali, spirituali, civili e religiose.

Con le parole del caro Papa Francesco (2014-2025), ella insegna a primerear.[9]

Ciò avviene attraverso

le dimensioni fondamentali della religione: credenze, culto, aspetto comunitario, implicazioni etiche, facendovi corrispondere analoghe aree tematiche riguardanti la Vergine Maria. a) Sul piano delle credenze va fatto riferimento al fenomeno mariano nel suo insieme, ai dogmi e alle tre modalità di presenza nella riflessione teologica e quindi nel credo cristiano; b) In relazione alla ritualità vi rientrano le forme, le occasioni, le circostanze della realizzazione, in modo personale o collettivo, liturgico o devozionale, legittimo ma talvolta anche discutibile, dei vari atti di culto verso Maria; c) In rapporto all’aspetto comunitario, vanno richiamate le forme aggregative (gruppi, associazioni, movimenti) sorte ed operanti con ispirazione o finalità mariane e l’incidenza dei comportamenti sulle stesse; d) quanto alla morale, va sottolineato il riferimento a Maria come modello completo di vita cristiana, che mostra la via della santità sulla quale attira anche i fedeli[10].

Leonardo Boff assume il Magnificat (cfr. Lc 1,46-55) come il vero manifesto programmatico, politico e sociale della Civitas Mariae. Maria non è la custode dello status quo, bensì la profetessa del riscatto degli oppressi e del rovesciamento delle strutture ingiuste della società[11]. Secondo Boff, consacrare una città a Maria significa assumere l’opzione preferenziale per i poveri come criterio fondamentale dell’amministrazione pubblica e della convivenza civile. La città di Maria cessa così di essere una semplice consolazione escatologica, vissuta in modo passivo, e si trasforma in un’utopia storica concreta: uno spazio urbano strutturato secondo la giustizia distribuita, la difesa degli ultimi e la condivisione fraterna delle risorse.

Don Tonino Bello, nel suo libro: Maria, donna dei nostri giorni[12], commentando il Magnificat in chiave teologica, definisce opportunamente Maria “donna di parte”, perché non fu neutrale. Maria non ha imboccato vie di fuga né si è congedata dal mondo, come spesso accade a noi nella società contemporanea. Al contrario, si è collocata nel cuore e al centro del grande progetto di Dio, divenendo la madre del Figlio e lodando Dio con il si. In questo modo, ella si è posta in rapporto di solidarietà con l’umanità.

Nell’odierno contesto storico laico, globale e pluralista, siamo chiamati ad affrontare una sfida particolarmente importante: evitare il rischio di screditare o di rimuovere la storia del nostro passato; o credere di poterlo imporre dall’alto, per autorità e non per educazione. Dobbiamo imparare a “raccontare” senza dare nulla per scontato: «il linguaggio del racconto comunica una dimensione interiore, una vita»[13] che si inserisce nell’alveo del patto tra le generazioni, dell’educazione e dell’apertura al futuro. Il racconto, infatti, assume su di sé l’evento accaduto e lo riconosce come il luogo nel quale ciascuno può realizzare la propria umanità, agendo con gli altri, nel mondo e per il mondo: «essi – i racconti – rivelano “esperienze di incontro”, le quali indicano non solo ciò che è accaduto nel passato, ma ciò che accade, o può accadere, “oggi” nel mondo, a se stessi in primo luogo»[14].

Lo sguardo rivolto a Maria in forma stabile, strutturale, relazionale e permanente ha irradiato una notevole forza spirituale, capace di produrre significativi sviluppi sul piano socio-esistenziale. La figura (e la presenza)[15] di Maria ha conferito alla storia una dimensione spirituale, trasformandola in uno spazio di aggregazione di persone portatrici di valori e feconde di potenzialità vitali. È a questo modello di storia che generazioni di cristiani si sono costantemente ispirate, traendone un insegnamento di alto valore pedagogico: imparare a discernere come agire nel concreto dell’esistenza personale e comunitaria.

Tutto ciò è stato possibile perché Maria si presenta come una persona viva, familiare, energica e attenta alle problematiche e alle attese degli uomini. Clodovis Boff definisce Maria come una persona «incarnata nelle precarie condizioni di vita del popolo»[16]; mentre De Fiores la descrive «come una di noi»[17]. Ella è vicina alla vita e pronta a intervenire non soltanto negli avvenimenti lieti, ma soprattutto nelle situazioni limite, segnate dal bisogno e dalla disperazione.

Non si tratta di sovrapporre alla fede un dinamismo culturale tipico delle popolazioni mediterranee, che danno alla donna un ruolo preminente in quanto madre di famiglia. Su questo, Paolo VI è molto chiaro:

Innanzitutto, la Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli non precisamente per il tipo di vita che condusse e, tanto meno, per l’ambiente socioculturale in cui essa si svolse, oggi quasi dappertutto superato; ma perché, nella sua condizione concreta di vita, ella aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (cfr. Lc 1,38); perché ne accolse la parola e la mise in pratica; perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente[18].

Maria non rappresenta né la presunta “dea madre” mediterranea[19], né tantomeno è l’effetto distorto di un cordone ombelicale non tagliato ma elevato a simbolo della realtà a motivo di una insoddisfazione affettiva di tipo regressivo e narcisistico, alla ricerca individuale e sociale di una relazionalità di tipo fusionale senza differenziazione[20]. Ella, continua Paolo VI,

è accanto a Cristo, l’Uomo nuovo, nel cui mistero solamente trova vera luce il mistero dell’uomo, e vi è come pegno e garanzia che in una pura creatura, cioè in lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per la salvezza di tutto l’uomo. All’uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra l’angoscia e la speranza, prostrato dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato nell’animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall’enigma della morte, oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e della noia, la Beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella Città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull’angoscia, della comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte[21].

Il Santuario di Parabita è oggi molto frequentato, non solo dai cittadini parabitani, ma anche dai numerosi pellegrinaggi che vi giungono. Nel popolo di Parabita non è difficile riconoscere quegli elementi che hanno permesso al gesuita Jorge R. Seibold di parlare di Mistica popolare, presente nella pietà del popolo latinoamericano[22]. E ancora una volta Papa Francesco ce ne indica le due dimensioni; in primis, quella fenomenologico-teologica:

Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo[23].

In secondo luogo, quella mariana e mariologica:

ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, i quali non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti. Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché “ha rovesciato i potenti dai troni” e “ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53) è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia[24].

Parabita è diventata Città di Maria. Non ci si può accontentare di ripetere il passato, onorando solo Maria con preghiere, atti esteriori e canti. Bisogna passare ad un atteggiamento più profondo, unificante. Come il discepolo amato dobbiamo saper accogliere Maria “fra le cose proprie”, cioè nella comunione di vita con Cristo. Madonna della Coltura, donna del Magnificat[25], Parabita è onorata di essere la tua Città. Aiutaci a saper formare un cuor solo e un’anima sola attorno a Cristo, Parola e Pane di vita. Rendici sempre docili alla voce dello Spirito per essere sale della terra e luce del mondo.

 


[1] «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. […] Egli è “l’immagine dell’invisibile Iddio” (Col 1,15) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio “mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me” (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato. Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve “le primizie dello Spirito” (Rm 8,23) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore. In virtù di questo Spirito, che è il “pegno della eredità” (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato, nell’attesa della “redenzione del corpo” (Rm 8,23): “Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte, egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza. E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale. Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes 22, costituzione pastorale, del 7 dicembre 1965, in <https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html>, visto il 12 agosto 2026).

[2] «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (Idem, Gaudium et spes 1, ibidem).

[3] Cfr. Clodovis M. Boff, Mariologia sociale. Il significato della Vergine per la società, Queriniana, Brescia 2007.

[4] Cfr. Giuseppe Scarvaglieri, «Sociologia del fenomeno mariano. Il punto della situazione», in Marianum 70 (2008), p. 223.

[5] Stefano De Fiores, Maria sintesi di valori. Storia culturale della mariologia, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2005, p. 7.

[6] Concilio Vaticano II, Lumen gentium 65, costituzione dogmatica, del 21 novembre 1964, in <https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html>, visto il 12 agosto 2026.

[7] Cfr. Leo Scheffczyk, Maria, crocevia della fede cattolica, Pregassona 2002.

[8] Per la “teoria della figura di riferimento”, cfr. Giuseppe Scarvaglieri, «Sociologia del fenomeno mariano. Il punto della situazione», in Marianum 70 (2008), p. 225.

[9] «La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr. 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: “Sarete beati se farete questo” (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi» (Francesco, Evangelii gaudium 24, esortazione apostolica, del 23 novembre 2013, in <https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html>, visto il 12 agosto 2026).

 

[10] Scarvaglieri, «Sociologia del fenomeno mariano. Il punto della situazione», in Marianum 70 (2008), p. 228.

[11] Cfr. Leonardo Boff, Il volto materno di Dio. Saggio su Maria e il suo significato liberatore, Queriniana, Brescia 1981, pp. 112-125.

[12] Cfr. Antonio Bello, Maria donna dei nostri giorni, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993.

[13] Maria Maddalena Santoro, «Per una mariologia narrativa. Approfondimenti seguendo Ricoeur», in Theotokos 2 (1994) 1, p. 119.

[14] Ibidem, p. 120.

[15] Cfr. Angelo Pizzarelli, La presenza di Maria nella vita della Chiesa. Saggio d’interpretazione pneumatologica, San Paolo, Cinisello Balsamo 1990.

[16] Boff, Mariologia sociale, p. 542.

[17] Stefano De Fiores, Maria madre di Gesù. Sintesi storico-salvifica, Dehoniane, Bologna 1992, p. 284.

[18] Paolo VI, Marialis cultus 35, esortazione apostolica, del 2 febbraio 1974, in <https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19740202_marialis-cultus.html>, visto il 12 agosto 2026.

[19] Cfr. Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea. Mito e culto della dea madre nell’Europa neolitica, Neri Pozza, Vicenza 1997.

[20] Cfr. Tony Anatrella, «Psicologia delle religioni della madre», in Parola Spirito e Vita 20 (1999) n. 39, pp. 273-285.

[21] Paolo VI, Marialis cultus 57, in <https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/apost_exhortations/documents/hf_p-vi_exh_19740202_marialis-cultus.html>, visto il 12 agosto 2026.

[22] Cfr. Jorge R. Seibold, La Mistica popular, Buena Prensa, Mexico 2006.

[23]Francesco, Evangelii gaudium 87, in <https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html>, visto il 12 agosto 2026.

[24] Idem, Evangelii gaudium 288, ibidem.

[25] «La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo “sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati”, educandoci “ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco”, Così, la Vergine diventa “poetessa e profetessa della redenzione”, perché dalle sue labbra sgorga “l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat; è Lei che rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza”» (Leone XIV, Magnifica Humanitas 244, lettera enciclica, del 15 maggio 2026, in <https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html#_ftnref222>, visto il 12 agosto 2026.

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